Il trivio del Pdl
Il Pdl alle prese con l’esperimento post berlusconiano d’una maggioranza tripartita (al servizio dei tecnocrati) sta vivendo il suo passaggio al bosco in cerca di una radura in cui stabilizzarsi. Il che non equivale alla sopravvivenza: in gioco è la qualità politica del suo futuro. Di fronte a sé il Pdl ha tre sentieri, tre possibili vie da esplorare.
8 AGO 20

Il Pdl alle prese con l’esperimento post berlusconiano d’una maggioranza tripartita (al servizio dei tecnocrati) sta vivendo il suo passaggio al bosco in cerca di una radura in cui stabilizzarsi. Il che non equivale alla sopravvivenza: in gioco è la qualità politica del suo futuro. Di fronte a sé il Pdl ha tre sentieri, tre possibili vie da esplorare.
La prima via prevede una sorta di dissimulazione onesta: il partito guidato da Angelino Alfano asseconda in superficie il clima di cauta collaborazione con il Pd e il Terzo polo, veleggia sotto costa orientandosi secondo un metodo blandamente concertativo; nel frattempo però rafforza la propria centralità condizionante e acquisisce una progressiva caratura d’opposizione, fa pesare i suoi veti sopra ogni provvedimento che non sia convalidato dal mandato ricevuto dagli elettori, fino a determinare lo scioglimento di un equivoco chiamato governo del Preside. Risultato: chiusura anticipata della dittatura commissaria provocata da un Pdl nuovamente riconoscibile e di battaglia. Rischi dell’operazione: il Pdl resta sommerso dalla vischiosità ideologica che fa del governo tecnico la tappa di un percorso salvifico, subisce la narrazione convenzionale e passa per il partito dello sfascio eterodiretto da Berlusconi o dai suoi interessi.
La seconda via è più nitida e più ambiziosa, una soluzione da cuori forti e nervi di bronzo: il Pdl innesca una radicale politicizzazione del quadro di sistema, espropria i tecnocrati espropriatori, convince se stesso e il Pd che diciotto mesi di inanità al governo senza programma e senza visione sono la tomba della sovranità popolare e politica; dà quindi vita a un vero governo di unità nazionale nel quale Alfano e Bersani occupino le leve visibili e meno visibili dell’iniziativa (se possibile, con la variante di marginalizzare l’utopia regressiva del Terzo polo mediante una riforma elettorale al limite del bipartitismo). Controindicazioni: in mancanza di leadership salde e pressoché indiscusse sia nel Pdl sia nel Pd, e accompagnate peraltro da una coesione funzionale dei quadri dirigenti, sarà impossibile far digerire a militanti, elettori, amici e avversari l’innaturalità oggettiva di una coalizione Pdl-Pd, chiamata oltretutto a realizzare riforme economiche impopolari. In caso di fallimento, resterebbe in piedi l’onore dell’idealità bipolare.
La terza via, forse la più semplice e nondimeno esiziale, s’inoltra lungo il selciato dell’inerzia: il Pdl sceglie di non darsi una strategia o non riesce a trovare unità e prospettiva. Si abbandona al tatticismo parlamentare, vive (e vota in Aula) secondo le oscillazioni del giorno per giorno; di volta in volta vede franare la propria linea di resistenza ai punti non negoziabili della sua ragione sociale (no alla patrimoniale, taglio delle tasse ed eliminazione dell’Ici) e finisce per sfarinare un’identità già labile e mutilata, perché minoritaria dopo l’esilio di Fini e del suo manipolo. Esito probabile: gli orfani del Cav. conducono alle estreme conseguenze l’autoribaltone berlusconiano, la neo Dc ringrazia e incassa. Queste essendo le tre possibilità, restiamo in attesa di vedere quale si manifesterà sotto il cielo della crisi.
La prima via prevede una sorta di dissimulazione onesta: il partito guidato da Angelino Alfano asseconda in superficie il clima di cauta collaborazione con il Pd e il Terzo polo, veleggia sotto costa orientandosi secondo un metodo blandamente concertativo; nel frattempo però rafforza la propria centralità condizionante e acquisisce una progressiva caratura d’opposizione, fa pesare i suoi veti sopra ogni provvedimento che non sia convalidato dal mandato ricevuto dagli elettori, fino a determinare lo scioglimento di un equivoco chiamato governo del Preside. Risultato: chiusura anticipata della dittatura commissaria provocata da un Pdl nuovamente riconoscibile e di battaglia. Rischi dell’operazione: il Pdl resta sommerso dalla vischiosità ideologica che fa del governo tecnico la tappa di un percorso salvifico, subisce la narrazione convenzionale e passa per il partito dello sfascio eterodiretto da Berlusconi o dai suoi interessi.
La seconda via è più nitida e più ambiziosa, una soluzione da cuori forti e nervi di bronzo: il Pdl innesca una radicale politicizzazione del quadro di sistema, espropria i tecnocrati espropriatori, convince se stesso e il Pd che diciotto mesi di inanità al governo senza programma e senza visione sono la tomba della sovranità popolare e politica; dà quindi vita a un vero governo di unità nazionale nel quale Alfano e Bersani occupino le leve visibili e meno visibili dell’iniziativa (se possibile, con la variante di marginalizzare l’utopia regressiva del Terzo polo mediante una riforma elettorale al limite del bipartitismo). Controindicazioni: in mancanza di leadership salde e pressoché indiscusse sia nel Pdl sia nel Pd, e accompagnate peraltro da una coesione funzionale dei quadri dirigenti, sarà impossibile far digerire a militanti, elettori, amici e avversari l’innaturalità oggettiva di una coalizione Pdl-Pd, chiamata oltretutto a realizzare riforme economiche impopolari. In caso di fallimento, resterebbe in piedi l’onore dell’idealità bipolare.
La terza via, forse la più semplice e nondimeno esiziale, s’inoltra lungo il selciato dell’inerzia: il Pdl sceglie di non darsi una strategia o non riesce a trovare unità e prospettiva. Si abbandona al tatticismo parlamentare, vive (e vota in Aula) secondo le oscillazioni del giorno per giorno; di volta in volta vede franare la propria linea di resistenza ai punti non negoziabili della sua ragione sociale (no alla patrimoniale, taglio delle tasse ed eliminazione dell’Ici) e finisce per sfarinare un’identità già labile e mutilata, perché minoritaria dopo l’esilio di Fini e del suo manipolo. Esito probabile: gli orfani del Cav. conducono alle estreme conseguenze l’autoribaltone berlusconiano, la neo Dc ringrazia e incassa. Queste essendo le tre possibilità, restiamo in attesa di vedere quale si manifesterà sotto il cielo della crisi.